Xi Jinping s’è fatto Polo: la nuova Cintura della Seta

Tutto ciò che c’è da sapere su un accordo che potrebbe stravolgere (in meglio o in peggio, c’è da vedere) le sorti della nostra economia.

L’antefatto

Nel settembre 2013 Xi Jinping, all’epoca neo segretario e presidente del Partito Comunista Cinese, fu il primo a parlare durante un discorso alla Nazarbayev University di Astana, in Kazakistan di un progetto sensazionale che avrebbe migliorato i rapporti della Cina con i paesi vicini e con quelli in via di sviluppo attraverso una cintura economica lungo la cosiddetta via della seta.

Ma la dicitura “via della seta” non fu usata dall’opinione pubblica cinese perché in realtà nel passato serviva agli europei per penetrare nei mercati cinesi e non viceversa.

La “Cintura” della seta: una crescita (anche) per la Cina

Dunque si preferì la dicitura “yi dai yi lu“, ovvero
“una cintura, una via” o “una cintura che è una via” e in inglese “Belt and Road Initiative”(BRI).
La BRI servirà a collegare la Cina con il blocco europeo e africano attraverso ingenti investimenti sulle infrastrutture tra ponti, binari, porti, utili agli scambi commerciali. Investimenti alimentati dall’immane riserva di liquidità accumulata negli ultimi decenni passati a fabbricare gli oggetti di consumo (non solo, circa il 70 per cento dell’acciaio viene dalla Cina, quello che serve per costruire binari e ponti).

La BRI è anche una nuova fase della crescita della Cina. La sua classe media è popolosa, spende, va in crociera, viaggia, investe milioni di dollari, e sviluppa tecnologia. Un impero di queste dimensioni, così diverso dal 1966, per mantenere la sua egemonia deve iniziare ad aumentare la propria influenza con il potere degli investimenti e dei rapporti industriali e commerciali.

Gli obbiettivi della Cintura


L’obiettivo è creare una rete di infrastrutture all’avanguardia in grado di collegare la Cina con le ex repubbliche sovietiche, il Kenia, la Grecia, l’India, passando per l’Europa centrale, Maghreb, Balcani, Medioriente. Ad oggi 68 paesi hanno firmato questa convenzione, che per vantaggi si configura come un piano Marshall per i paesi in via di sviluppo, ma con mezzi completamente diversi dal controllo politico e culturale. Dopo l’annuncio di Astana il progetto fu intrapreso in modo fulmineo, fu anche creata la banca d’investimento Asian Infrastructure Investment Bank, con un capitale di 100 miliardi di dollari proveniente da 93 Stati (69 membri, 24 contributori). Il primo paese a contribuire fu la Cina con circa 30 miliardi di dollari, invece gli USA non aderirono dal momento che il progetto sembrava enorme a tal punto da dover ricorrere alla Banca Mondiale.

Ad oggi la Cina ha acquistato al 67% il porto del Pireo attraverso la Cosco Shipping, conglomerato di compagnie marittime e società navalmeccaniche da 130 mila dipendenti direttamente controllato dal governo di Pechino: un unicum in Europa, dove i porti sono infrastrutture statali o a partecipazione statale. Il Pireo è diventato una sorta di colonia cinese in Europa, a cui far arrivare le merci da luoghi lontanissimi.
L’Africa, continente che secondo l’ONU tra 30 anni sarà il più popoloso al mondo, ha acquisito ingenti prestiti dalla Cina nel 2015 e nel 2018: per alcuni esperti si è trattato di un prestito politico, per altri una trappola del debito.

Conclusioni


Così come il Piano Marshall non nasceva per essere un’alternativa al mercato statunitense ma aveva lo scopo di creare la prossima generazione di clienti, la BRI è un progetto lungimirante per imbrigliare nell’area di influenza cinese tutti quegli Stati che in futuro avranno una classe media numerosa.
«È il rafforzamento delle periferie, il riutilizzo del surplus commerciale, e la soluzione al dilemma di Malacca, come lo chiamano i cinesi», spiega Giorgio Cuscito, analista geopolitico e consigliere redazionale di Limes. Lo Stretto di Malacca collega oceano Pacifico e Indiano.
La BRI in questo senso non costituisce un’alternativa ma una piccola emancipazione

«Si tratta di una nuova via della seta, ma rovesciata», secondo Pietro Spirito, presidente del sistema portuale della Campania. «Se prima era Marco Polo ad aprire la strada verso l’Asia, oggi è Xi Jinping ad aprire l’Asia al mondo».

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