Alcide De Gasperi, o la resurrezione italiana

Parigi, 10 agosto del 1946. Siamo all’Assemblea generale della Conferenza della pace, la sala Clemenceau del Palazzo del Lussemburgo è gremita di corpi diplomatici e di influenti politici di tutte le nazioni e la delegazione italiana studia fino all’ultima virgola il testo finale della sua arringa.

Prende la parola ”un uomo grigio, dalla grigia e asciutta oratoria senza pennacchi, dagli occhi grigi così poco cesarei, dal volto di pietra, grigia anch’essa. Calmo, paziente, refrattario alla retorica e alla ostentazione” (parole di IMontanelli), esordendo con quell’incipit che connoterà per sempre la sua figura politica, forse anche la sua fisionomia umana:

”Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”

Così iniziava la resurrezione italiana. Forse è questa l’immagine più icastica che possediamo di Alcide De Gasperi, colui che con tutta probabilità ha influenzato più profondamente la politica italiana repubblicana e che meglio di chiunque altro ha incarnato lo spirito di un’epoca, di una generazione, di una nazione, l’anima di un Paese bisognoso di nuova fiducia, di nuova speranza, di nuova vita, di un popolo disintegrato nel deserto postbellico e in cerca di una ricostruzione morale prima che materiale, di una rigenerazione e di un’umiltà di cui De Gasperi si rese sempre insuperabile icona espressiva:

”Ho girato per il mondo povero e ramingo e spesso col cappello in mano, nei momenti più tristi in cui ci si doveva presentare innanzi ai vincitori”

Il presidente della ricostruzione

Alcide Amedeo Francesco De Gasperi, (Pieve Tesino, 3 aprile 1881 – Borgo Valsugana, 19 agosto 1954) è stato, prima di tutto, un uomo cattolico nel profondo del suo essere. Di famiglia indigente (il padre era poliziotto, ma non guadagnava molto) cresce nel Trentino austriaco e nel 1905 si laurea in Filologia all’Università di Vienna.

La politica lo fulmina giovane: nel 1909 diventa consigliere comunale a Trento e nel 1911 parlamentare a Vienna. Nel 1924 diviene segretario del neonato Partito Popolare Italiano; dopo lo scioglimento di tutti i partiti tenta di espatriare clandestinamente e sconta sedici mesi di carcere. Per proteggerlo il Vaticano gli conferisce prima l’incarico di addetto al catalogo degli stampati della Biblioteca vaticana, poi quello di segretario.

Nel ’42 fonda la Democrazia Cristiana sulle ceneri del Ppi attorno alla quale, dopo la caduta del fascismo, tra il ’45 ed il ’54 formerà otto Governi nei quali è Presidente del Consiglio, tra cui l’ultimo dell’epoca monarchica e il primo di quella repubblicana: da questo momento sarà riconosciuto come uno dei pater patriae della Repubblica e come uno dei padri fondatori e spirituali dell’Europa unita.

Ma chi fu veramente? Sua figlia Maria Romana ci lascia questo ritratto:

”Un intellettuale. Dalla prigione scriveva lettere in latino. Quand’era presidente del Consiglio, la sera per rilassarsi leggeva le egloghe di Virgilio e l’Anabasi di Senofonte in greco. Durante il fascismo lavorava il mattino in Vaticano come bibliotecario, e il pomeriggio per arrotondare traduceva testi in tedesco, che parlava come l’italiano”

L’importanza del miracolo degasperiano

Durante la cosiddetta “era De Gasperi” l’Italia venne ricostruita dalle macerie della guerra adottando una Costituzione repubblicana, consolidando la democrazia interna e compiendo i primi passi verso il risanamento economico. De Gasperi fu un fautore entusiasta della cooperazione europea. Quale responsabile di gran parte della ristrutturazione postbellica dell’Italia, era convinto che quest’ultima avesse bisogno di riprendere il proprio ruolo sulla scena internazionale, uscendo dal suo isolamento: per tale motivo si impegnò nella costituzione del Consiglio d’Europa e convinse l’Italia a prendere parte al Piano Marshall statunitense e ad aderire alla NATO, nonostante in Italia albergasse il più grande partito comunista dell’Europa occidentale.

Egli sosteneva che la Seconda Guerra Mondiale avesse insegnato a tutti gli europei che “il futuro non verrà costruito con la forza, nemmeno con il desiderio di conquista ma attraverso la paziente applicazione del metodo democratico, lo spirito di consenso costruttivo e il rispetto della libertà”, come disse quando accettò il premio Charlemagne per il suo impegno a favore dell’Europa nel 1952. Questa visione spiega perché accolse subito l’appello per un’Europa integrata lanciato da Robert Schuman il 9 maggio del 1950, che portò alla fondazione, l’anno dopo, della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA).

De Gasperi riuscì, con la sua linea trasversale e nazionale ad imporre la Democrazia Cristiana come ”partito della nazione”. Alle elezioni del 18 aprile del 1948, socialisti e comunisti, riuniti nel Fronte Democratico Popolare, finirono per lasciare sul campo di battaglia quasi 10 punti rispetto ai risultati delle elezioni per la Costituente. Arrivarono solo al 31% consentendo alla Democrazia Cristiana di raggiungere il 48,4%, il risultato numericamente più grande mai raggiunto da un partito repubblicano (“Mi aspettavo che piovesse, non che grandinasse”).

Un’idea precisa di mondo

Cattolico ma non clericale, europeista ma anche atlantista, liberista ma solidarista, centrista ma aperto a sinistra, con uno spirito autenticamente e genuinamente laico, lo statista trentino non volle mai una Dc schierata con le destre contro i comunisti. Non credeva a un bipolarismo comunisti/anticomunisti o laici/cattolici. Per superare lo storico scontro tra guelfi e ghibellini realizzò I’alleanza centrista della Dc con liberali, repubblicani e socialdemocratici, eredi di tradizioni politiche laiche. Era anche un modo di impedire un laicismo aggressivo e di fronteggiare (non da posizioni di destra) il Pci. Egli era certamente convinto dell’importanza della Chiesa, non solo come serbatoio di voti per la Dc: la cultura italiana e la vita sociale del Paese erano, sono e saranno sempre segnate dalla presenza cattolica. Riconoscerlo per lui non è creare un regime confessionale, ma operare una sintesi politica e umanistica.

De Gasperi potè commettere anche errori di rilievo ma non sbagliò le scelte fondamentali. Sempre Montanelli disse:

”Mancò a De Gasperi, dicono i suoi critici, la volontà o la capacità di cambiare, profittando delle contingenze eccezionali, alcune cose che, specialmente nella burocrazia e nei meccanismi amministrativi, avrebbero potuto e magari dovuto essere cambiate. Ebbe un limite: fu un grande normalizzatore, non un innovatore”

Ma è grazie a questo suo spirito ”normalizzatore” che viviamo ancora nell’Italia che lui più di tutti ha cercato di modellare, un Paese capitalista ma con avanzata legislazione sociale, occidentale, europeo, capace di respirare a pieni polmoni dopo 5 anni di guerra fratricida (e questo anche grazie proprio alla ”normalizzazione”).

Per questo De Gasperi resterà sempre nella memoria collettiva un uomo di mediazione, che operò per allargare il consenso alla fragile democrazia italiana e per evitare polarizzazioni e fratture profonde in un ordito nazionale già lacero.

Una riflessione finale

De Gasperi fu un monolite politico che non possiamo più permetterci. Un archetipo umano – colto, audace, morale – ormai perduto irreparabilmente: ci mancano quelle basi valoriali, assiologiche, etiche che hanno informato la sua azione.
Perchè, oggi, siamo irrimediabilmente altro.

Sono cambiate troppe cose: prassi politiche, sentire comune, éthos pubblico, coordinate storiche, assiomi morali. Egli resta un faro, un memento critico sullo sfondo di una politica rovinosa e rovinata, di uno scenario internazionale sempre più aggressivo, convulso, liquido. Il suo insegnamento fondamentale, la politica come servizio, resta la stella polare che illumina la via verso il ”ben far” dantesco, oggi più ignoto che ignorato.

Perchè ”politica vuol dire realizzare”. Perchè ”un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione”. Perchè

”si parla molto di chi va a sinistra o a destra, ma il decisivo è andare avanti e andare avanti vuol dire che bisogna andare verso la giustizia sociale”

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