Uno sguardo a sinistra. Le Primarie PD

Il 3 marzo 2019, dalle 8:00 alle 20:00, le piazze d’Italia verranno tappezzate dai gazebo elettorali del Partito Democratico per le tanto discusse elezioni primarie, che si terranno dopo un anno esatto dalla disfatta elettorale.


Ma che cosa sono esattamente? Chi troviamo in gara a contendersi la guida del partito? Riusciranno a risollevare il PD dalla débâcle in cui è sprofondato il 4 marzo scorso? Scopriamolo insieme, analizzando i fattori più importanti.

Innanzitutto, cosa sono le elezioni primarie?

Qualcosa di aperto indiscriminatamente a tutti, qualcosa di necessario nella vita politica, qualcosa di previsto nell’ordinamento italiano? Niente di tutto questo: le primarie sono una forma di tornata elettorale interna ad un partito utilizzata per far esprimere la base elettorale sul nome del candidato del partito da presentare ad un’elezione (locale o nazionale) o da eleggere ad una carica.

Ma perchè esistono?

Le primarie, che non sono necessarie, perchè non previste dal nostro ordinamento normativo, esistono per contrastare la tendenza dei partiti all’oligarchia e alla solidificazione del potere in mano a pochi elementi di spicco e per garantire quindi la natura democratica della vita politica del partito, ridando voce decisionale agli elettori, ai militanti ed ai simpatizzanti. Insomma, una sorta di cerniera che collega elettori ed eletti.
Nel caso del PD, le primarie, arrivate alla loro quinta edizione (2007, 2009, 2013, 2017, 2019), sono quella consultazione che serve ad eleggere in maniera proporzionale dalle liste dei candidati i delegati all’Assemblea Generale del Partito che a loro volta eleggeranno entro 10 giorni il Segretario.

Come? L’iter congressuale ed il regolamento

Le primarie però non scendono dal cielo: esse necessitano di una faticosa e lunga organizzazione. La tempistica è stata criticata da molti per la sua lentezza: ad un anno dalle ultime elezioni nazionali, il Partito Democratico si trova ancora senza un leader capace di dirigerne l’azione anche a causa della complessa programmazione delle elezioni interne.
Il cammino è lungo, ma vediamolo insieme:

  1. Le candidature per concorrere alle primarie dovevano essere presentate entro il 12 dicembre 2018, firmate da almeno 1.500 iscritti di cinque regioni e di tre circoscrizioni elettorali europee.
  2. Dal 7 al 23 gennaio 2019 (data poi prorogata per problematiche varie) si sono svolte le riunioni dei circoli PD per fare votare gli iscritti a favore di uno dei sei candidati. Per regolamento, tutti i candidati che hanno ottenuto nei circoli almeno il 15% dei voti, o i primi tre sopra il 5% nazionale, sono legittimati a concorrere.
  3. La Convenzione Nazionale del PD ha certificato la triade dei candidati il 2 febbraio 2019.
  4. Dopo il 2 febbraio, ognuno degli aspiranti segretari dovrà presentare le liste dei suoi sostenitori in ogni provincia, dalla quale saranno eletti i deputati all’Assemblea Generale.
  5. Le elezioni primarie vere e proprie si svolgeranno il 3 marzo.
  6. Il 17 marzo si svolgerà l’Assemblea nazionale, che è il vero ago della bilancia. Infatti, se uno dei tre candidati non raggiunge quota 50% +1, si terrà un ballottaggio tra i due più votati, aprendo le porte ad alleanze dell’ultima ora.

Per partecipare alle primarie bisogna avere almeno 16 anni (i giovani tra i 16 ed i 18 anni devono pre-registrarsi online), pagare un contributo economico di 2 euro (se non si è iscritti) e firmare un documento in cui si dichiara “di riconoscersi nella proposta politica del Pd, di sostenerlo alle elezioni, accettando di essere registrati nell’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori del Pd”.

Tutto ciò è previsto dal Regolamento, che potete trovare qui.

Primarie 2019: ed ora? I dati del 2 febbraio

Come abbiamo visto, il 2 febbraio scorso sono stati rivelati i dati della votazione nei circoli. I votanti nei circoli sono stati il 50,46% degli aventi diritto, cioè 189.101 persone. Il 2 febbraio, presso la Convenzione Nazionale del PD, sono stati annunciati i candidati ufficiali alle primarie, cioè i più votati nei Circoli. Essi sono:

1. Nicola Zingaretti al 47,38% (88.918 voti)
2. Maurizio Martina al 36,10% (67.749 voti)
3. Roberto Giachetti all’11,13% (20.887 voti)

Tra questi tre nomi vi è quello del futuro segretario. Ma prima del 2 febbraio la competizione era ancora
aperta: infatti sono stati in sei a candidarsi. I tre ”sconfitti” sono i seguenti:

1. Francesco Boccia al 4,02% (7.537), qui la sintesi della mozione
2. Maria Saladino al 0,70% (1.315), qui la sintesi della mozione
3. Dario Corallo al 0,67% (1.266), qui la sintesi della mozione

Una lotta a tre: i candidati

Ma entriamo nel cuore della questione: il trio che si contende la segreteria. Chi sono davvero i candidati delle primarie? Che ruoli hanno avuto, da dove vengono, qual è la loro proposta, da chi sono sostenuti?

Zingaretti, l’uomo dell’unità

Nicola Zingaretti ha un passato politico variopinto. Pervaso da un fermento politico giovanile (a soli 17 anni si butta già nell’associazionismo), egli diviene in pochi anni segretario della FGCI romana, Segretario Nazionale della Sinistra Giovanile, Consigliere comunale a Roma. Non è laureato. Nel 2004 lo ritroviamo all’Europarlamento per la lista Uniti nell’Ulivo, nel 2008 Presidente della Provincia di Roma.
Conosciamo Zingaretti principalmente per essere il Presidente della Regione Lazio dal 2013, carica per cui è stato riconfermato per un secondo mandato il 4 marzo 2018.
Dulcis in fundo, è anche fratello minore di Luca Zingaretti, l’attore che impersona il celebre Commissario Montalbano.

La mozione: Prima le persone

Gli endorsment alla mozione Zingaretti sembrano essere una richiesta di ”unità” (“La nostra mozione vuole unire e se tocca a me farò una segreteria unitaria”): egli è appoggiato sia dall’area più a sinistra, che non è contraria ad un dialogo – o qualcosa di più – con gli esuli di Leu, sia dai centristi di Gentiloni. Ma quello che sembra premere a Zingaretti è ridare credibilità al Partito Democratico di fronte ai disillusi che si sono rivolti al Movimento 5 Stelle: ”possiamo continuare a lamentarci, dividerci, isolarci fino all’irrilevanza, oppure decidere di combattere perché l’avvenire torni ad essere un luogo della speranza, della solidarietà, della giustizia, della libertà, delle opportunità per tutti”. Non a caso egli afferma: “Dobbiamo avviare una ricollocazione politica e sociale della sinistra, riacquistando la capacità di stare dentro alla società e scommettendo su un grande movimento popolare unitario”, ”cambiando molto, se non tutto. Riconoscendo senza reticenze gli errori, affrontare le ragioni delle sconfitte e offrire soluzioni concrete e una nostra visione”.
Zingaretti ha ricevuto l’appoggio di molti big del partito come Paolo Gentiloni, Andrea Orlando, Gianni Cuperlo, Dario Franceschini e il fuoriuscito Massimo D’Alema (appoggio che, naturalmente, ha prodotto non poche polemiche). Ultimo ad appoggiarlo, lo sconfitto Francesco Boccia, che con il suo 5% di voti corrobora la già rinforzata mozione del presidente laziale.

Mozione Zingaretti: qui

Sintesi mozione: qui o qui

Martina, il reggente moderato

Maurizio Martina, moderato, cattolico, laureato in Scienze Politiche, proviene da famiglia operaia. Le esperienze giovanili, anche qui, non si fanno attendere: chiamato ”Fra’ Maurizio” per le sue amicizie cattoliche, diviene Consigliere comunale a Mornico al Serio, Segretario regionale di Sinistra Giovanile, Segretario provinciale dei Democratici di Sinistra, nel 2006 Segretario regionale per la Lombardia prima dei DS e poi del PD. Bersaniano nel 2009 e cuperliano nel 2013, conosciamo Martina principalmente per essere stato dal 2014 al 2018 Ministro per le politiche agricole alimentari e forestali nei governi Renzi e Gentiloni, e ”reggente” del Partito per traghettarlo al congresso dopo la voragine del 4 marzo.
Martina è candidato in tandem con Matteo Ricchetti, già portavoce del PD.

La mozione: #fiancoafianco

A discapito della diceria che lo inquadra come ”candidato renziano”, Martina (che è stato Vicesegretario del PD nell’era Renzi) si è mostrato spesso critico nei confronti delle scelte dell’ex premier e della sua strategia, nonostante sia comunque sostenuto da molti esponenti di area renziana, come il presidente Matteo Orfini o l’ex ministro Del Rio. Di fatto però il reggente è molto vicino all’area centrista del partito che andrebbe a rappresentare insieme e in competizione con Roberto Giachetti, ma in maniera molto diversa e sicuramente più smarcata e indipendente rispetto alla corrente. La proposta di Martina e Richetti è quella di un partito”che non viva di nostalgie e rancori. Un partito per la sinistra del XXI secolo. Un partito aperto e radicato” che crei una ”costituente di tutti i democratici e i riformisti italiani”.

Mozione: qui

Sintesi mozione: qui

Giachetti, o il renziano doc

Anche Roberto Giachetti inizia fin da giovane a fare politica attiva. Non laureato, giornalista pubblicista, lo troviamo già a 18 anni nel Partito Radicale, poi Consigliere circoscrizionale per i Verdi. Supporter del sindaco di Roma Francesco Rutelli (era uno dei ”Rutelli boys”) e suo capo di gabinetto, seguì Rutelli prima nei Democratici e poi nel partito centrista La Margherita. Dal 2001 è deputato, prima per La Margherita, poi per l’Ulivo e infine per il Partito Democratico. Nel 2013 diventa Vicepresidente della Camera dei Deputati, mentre nel 2016 si candida come sindaco di Roma per il Partito Democratico, i Verdi ed i Radicali, venendo però sconfitto nel ballottaggio dalla pentastellata Virginia Raggi.
Giachetti più volte dal 2002 ha utilizzato lo strumento dello sciopero della fame per combattere determinate battaglie politiche.
E’ candidato insieme ad Anna Ascani, giovanissima esponente renziana.

La mozione: #SempreAvanti

Giachetti è sicuramente il candidato che più rappresenta la corrente renziana in queste primarie. Si iniziò a vociferare della sua candidatura dopo il gran rifiuto di Marco Minniti, ex ministro dell’Interno, di presentarsi come rappresentante dei renziani, per ragioni poco chiare (si parla di un mancato appoggio di Renzi nei confronti di Minniti, ma è tutto da verificare). Moderato a vocazione centrista desunta dal suo passato di rutelliano fervente, egli raccoglie quell’area del renzismo che non si è aperta alla ”revisione” di Martina. La sua candidatura di minoranza propone un Pd non più ”sospeso nella sintesi mai davvero risolta tra le storie che lo hanno originato, troppo a lungo malinteso come semplice cambio di nome dell’antica storia Pci-Pds-Ds” e si propone di ”andare avanti nella strada che voi avete tracciato, quella che la mozione che appoggiate vuole cancellare” (riferendosi a coloro che appoggiano la mozione Zingaretti).

Mozione: qui

Sintesi mozione: qui

Dopo le primarie: l’alba di un nuovo PD?

Paradossalmente il Partito Democratico, macerato dalla dilaniante sconfitta elettorale del 4 marzo, sembra aver abbandonato almeno per ora e almeno in parte la faziosità velenosa tra le correnti che da sempre lo ha contraddistinto, a favore di un’inconsueta quiescenza. Rispetto al PD partorito dalle primarie del 2013 e del 2017, ci troviamo dinnanzi ad un soggetto per certi versi inedito, dotato di un’inaspettata unità. Ma in un senso contorto, forse insalubre: a vedere i profili dei candidati e quindi dei prossimi segretari di partito, non sbalza nessuna frattura netta, vi sono poche differenze ideologiche che si stemperano vertiginosamente soprattutto confrontiamo le mozioni di Martina e Giachetti, emergono diversità forse più accentuate nella visione di Zingaretti, ma comunque in campo si scontrano profili tanto simili al punto che la scelta elettorale è intricata da una certa identità nelle proposte.
O, se non identità, mancanza di divergenze. Non sembrano spiccare marcate prese di posizione sui temi e sulla sostanza, e sembrano mancare volontà radicali, e veramente tali, di rinnovamento (che sono invece fondamentali). Nonostante il Partito Democratico si trovi di fronte alle primarie più incerte della sua, breve, vita, i temi non sono mai alla ribalta o al centro dei riflettori, mai espressamente menzionati quando dovrebbero esplodere sulle pagine dei giornali; a tratti qualche tafferuglio interno o qualche diatriba sul nominativo renziano della competizione, niente di più, e per una semplice questione di curiosità. Nessun agenda, nessun programma, discussioni strutturali sulle mozioni non pervenute. Inconsistenza, a voler essere cattivi.
Certo, un ipotetico PD a trazione Zingaretti, avrebbe più chanches di dialogo con i delusi del M5S (che per alcuni è addirittura un tabù) rispetto ad un PD neorenziano e, strizzando l’occhio, magari, ai bersaniani, dalemiani e ai civatiani, sarebbe forse più affacciato a sinistra, cosa che invece Martina non sembra proprio disposto a fare e che Giachetti nega addirittura con veemenza.
Ma questo basta a rigenerarlo e ridargli sound, appeal e audience in una società che, a detta di chiunque, dentro e fuori il partito, non rappresenta più se non che per pochi sprazzi?
Basta a creare una vera leadership che possa ridare voce concreta al partito, assicurare l’unità e allontanare lo spettro delle divisioni interne e delle scissioni?
Basta a dare nuova verve d’opposizione ad un partito che per ora, all’opposizione, non si è sentito che per pochi singhiozzi, e anche dissonanti e scomposti?
Basta a far superare il trauma del 4 marzo, a far riflettere attivamente sui perchè della sconfitta e a far attuare le dovute revisioni?
Ma soprattutto basta a rivoluzionare il DNA del partito e a dargli un indirizzo sistematico, una linea politica nuova, di rottura con gli errori della precedente, a rifondare un progetto veramente di sinistra, a ricomporre un’azione coerente e duratura, alternativa rispetto a quella populista e al tempo stesso convincente, capace di attrarre gli elettori dalla sua parte, anche quelli che perlopiù gravitano attorno al fronte gialloverde?

Insomma, il Partito Democratico è di fronte ad un bivio, e in questa mano, a suo rischio, si gioca la sua stessa esistenza. Se saprà sopravvivere e rigenerarsi, non potrà che dimostrarcelo il suo prossimo segretario. Ma questo potrà accadere solo se egli riuscirà a imprimere un’idea alternativa e insieme accattivante di Italia, di Europa, di politica, di società, di sinistra.

Altrimenti, sarà il baratro.

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