L’intervista al Dottor Bartolo: “Informarsi per combattere l’indifferenza”


Pietro Bartolo è il medico che dal 1991 si occupa del poliambulatorio di Lampedusa.

Ha deciso, come ha scritto egli stesso nel suo libro “Lacrime di sale”, di vivere in prima persona quella che è stata definita “la più grande emergenza umanitaria del nostro tempo”.

Da diversi anni ha avviato una campagna di sensibilizzazione sul tema dell’accoglienza sottolineando l’esigenza della costituzione di corridoi umanitari contro la tratta degli esseri umani, ricevendo numerose onorificenze.

“Dottor Bartolo, come ha ricordato durante il suo intervento al XXXV Convegno “I Gesuiti e La Storia”, lei affronta il dramma dell’immigrazione da quasi 28 anni. Come si è evoluto nel corso del tempo tale fenomeno?”

“Il fenomeno dell’immigrazione a Lampedusa è iniziato a partire dal 1991. Sono cambiate tante cose. Inizialmente sbarcavano sulle nostre coste prevalentemente maghrebini, in un secondo momento sono arrivati i subsahariani ed i mediorientali in fuga dalle guerre e dalle persecuzioni religiose. Ciascuno di loro scappa perché costretto a fuggire da atroci sofferenze. Sono disposti ad affrontare il rischio della morte pur di ottenere una vita migliore, più serena e più dignitosa rispetto a quella che lasciano nel proprio paese di origine. Indubbiamente la soluzione migliore sarebbe quella di “aiutarli a casa loro” come si sente dire spesso. Ma questo è uno slogan politico privo di significato. Avrebbe senso soltanto ragionando a lungo termine. Oggi abbiamo l’obbligo ed il dovere di accoglierli nel nostro paese perché è giusto che sia così.”

“Ha definito l’Italia “campione del mondo di solidarietà” ed ha elogiato l’applicazione dell’Operazione Mare Nostrum. Tuttavia si ha la sensazione che voi a Lampedusa siate abbandonati dalle istituzioni. Sarebbe stato, e sarebbe tuttora, lecito aspettarsi un aiuto più concreto dall’Unione Europea. Vi sentite soli e dimenticati?”

“Effettivamente non abbiamo mai ricevuto grande aiuto dall’Unione Europea, però ce l’abbiamo sempre fatta. Lampedusa ha reso onore all’Italia, alla Sicilia ed all’umanità intera. Spesso mi chiedono perché noi lampedusani facciamo tutto questo, noi riteniamo semplicemente di fare la cosa giusta. Siamo gente di mare, un popolo di pescatori. Tutto ciò che viene dal mare per noi è benvenuto, il mare è vita. Questo spirito di solidarietà ed accoglienza è impresso nel DNA della gente di mare. Nessuno deve essere abbandonato in mare, tutti devono essere accolti: sia i vivi che i morti. I morti non devono rimanere in fondo al mare. Spesso li consideriamo dei semplici numeri e dimentichiamo che sono degli esseri umani. Talvolta dicono che noi abbiamo una marcia in più. Io rispondo che probabilmente qualcuno ha una marcia in meno, noi siamo semplicemente esseri umani.”

“Lei ha scritto più volte, nel suo libro “Lacrime di sale”, che non ci si può abituare a tutto questo. Eppure l’opinione pubblica sembra essersi drammaticamente abituata ad un’ordinaria cronaca degli sbarchi e delle tragedie del mare…”

“L’assuefazione e l’indifferenza nascono in coloro i quali sono vittime della disinformazione e che oltretutto non vivono quotidianamente ciò che succede. Chi vive in prima persona questa tragedia e vive da vicino la sofferenza della gente non si può assolutamente mai abituare; soprattutto ad osservare da vicino i cadaveri di coloro che non ce la fanno, di quanti non hanno la possibilità di raccontare la propria storia. Questo è ciò che vogliono maggiormente: raccontare la loro storia. A Lampedusa offriamo loro quest’opportunità. Il mio cruccio, da medico, è di non poter curare le ferite dell’animo. Come puoi consolare uomini torturati, bambini violentati, donne che hanno perso i loro figli? Purtroppo non possiamo curare queste ferite indelebili. Recentemente è sbarcata una donna che nel naufragio aveva assistito alla morte dei suoi tre bambini, voleva soltanto suicidarsi.”

“Da diversi anni ha avviato una campagna di sensibilizzazione su tutto il territorio nazionale. Ha mai percepito ostilità da parte di chi ascolta?”

“No, dopo avermi ascoltato, generalmente, tutti percepiscono la sofferenza che racconto. La gente non è cattiva ma è malinformata. Tutti gli uomini, in fondo, sono buoni nell’animo.”

“Non è un mistero che lei abbia rifiutato la candidatura in Parlamento alle ultime elezioni. Qual è il suo rapporto con la politica?”

“Io credo profondamente nella politica, nella buona politica. Credo che la vera politica sia servizio. La politica può dare risposte giuste a questo fenomeno purché venga affrontato con giudizio, razionalità ed intelligenza. Gli interessi personali devono essere messi da parte. Il fenomeno dell’immigrazione è sempre esistito, l’uomo da sempre emigra per migliorare le proprie condizioni di vita. Noi, indubbiamente, abbiamo la responsabilità di aver creato tutta questa situazione attraverso le guerre e lo sfruttamento, di conseguenza, abbiamo la responsabilità di aiutare tutti coloro che soffrono. Insieme si può vivere e condividere.”

“Nel suo racconto di una tragedia immane non manca la speranza…”

“Guai a perdere la speranza! Chi perde la speranza è rovinato. Ci dà la forza per andare avanti, noi ci crediamo. In questo momento c’è la speranza e subito dopo (ci sarà, ndr) la vittoria, sono sicuro che vinceremo”

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