Siamo sotto invasione? Il punto sulla crisi migratoria.

La crisi migratoria è, ad oggi, un problema di grandezza internazionale. Spesso è stato erroneamente valutato, considerato, contestualizzato dalla classe politica italiana ed europea, come una bomba sotterrata e inesplosa, con il risultato di un malcontento popolare che dall’inizio della crisi è sempre cresciuto sulla questione. Ma quali sono gli effetti prodotti sull’Europa di oggi? E sull’Italia? E’ lecito parlare di invasione o il problema è stato gonfiato? Per rispondere, è bene inquadrare storicamente e giuridicamente la questione.

Un’Europa spaccata

La crisi migratoria, dunque, inizia nel 2013 quando un numero sempre più alto di rifugiati inizia a spostarsi verso l’Unione europea attraverso i canali del Mar Mediterraneo o tramite la Turchia; nel 2016, ad esempio, l’UE ha visto arrivare 2,4 milioni di extracomunitari, innalzando il dato della popolazione nata all’estero a 37 milioni circa, il 7% dell’intero valore europeo. I paesi membri, fin da subito, si sono schierati con una e con l’altra fazione, il noto gruppo Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria), con governi di forte stampo nazionalista, ha assunto una posizione di forte contrasto all’immigrazione, chiudendo i propri confini e rifiutando di collaborare con gli altri stati.

Il testo giuridico principe nella regolamentazione di sbarchi e immigrazione a livello europeo è il Regolamento di Dublino III, approvato nel Giugno 2013. Il testo prevede che ad occuparsi del migrante sia il paese di prima accoglienza, ovvero quello in cui il migrante è sbarcato, così facendo, però, si addossano tutti i problemi relativi all’immigrazione a pochi paesi, come Italia o Spagna, in combinazione a ciò, la chiusura nel 2016 delle frontiere da parte di alcuni paesi europei ha determinato un’ulteriore scossa e spaccatura continentale. L’italia, quindi, insieme a poche altre nazioni come la Grecia (Praticamente le sole che si affacciano sul Mediterraneo) si è dovuta occupare del problema e questo ha sollevato una serie di polemiche che hanno portato ad un tentativo di riforma della convenzione -fallito- nel 2018.

Porti chiusi!

E in Italia? Con le elezioni del 4 Marzo e il conseguente cambio di Governo, l’Italia ha cambiato totalmente le proprie intenzioni politiche sull’immigrazione, le idee nazionaliste del vice premier Matteo Salvini hanno inevitabilmente allineato la posizione italiana a quella del gruppo dell’Europa orientale. La via proposta dal Ministro dell’interno è di totale chiusura dei porti, decisione che ha ridotto gli sbarchi del 2018 (23.370) di circa l’80% rispetto al 2017 (119.369), costellata da vari eventi mediatici, con le ONG (Organizzazioni non governative) come protagoniste.

La retorica del leader del Carroccio è facilmente riconoscibile ed è ben conosciuta, però è possibile parlare di invasione di clandestini e di stranieri? E’ necessario allarmarsi o è solamente propaganda politica? Consultiamo qualche dato:

Dal 2014 al 2017, annualmente, l’Italia ha visto sbarcare almeno 100.000 migranti all’anno, per un totale di 623.000 persone; addirittura per la Grecia il bilancio è ancora più pesante, con più di un milione di persone sbarcate solo nel biennio 2015/16, segno inequivocabile che, almeno a numeri, una crisi migratoria c’è e non va ignorata; ma quanti sono i migranti, effettivamente, in Italia? Sono 6 milioni, e se si contano solo gli extracomunitari, provenienti da paesi non UE il dato scende a 4,2 milioni, circa il 6,7% della popolazione italiana, composta da poco più di 60 milioni di persone. Inoltre, se il dato italiano viene confrontato con la percentuale di altri paesi, ci si accorge che ci sono stati con percentuali molto più alte della nostra, come la Svezia, con una percentuale vicina al 12%, la Germania con l’8% o la croazia con un 11,4% di immigrazione con provenienza non UE.

In Italia, inoltre, nel 2017 vi sono state 126.000 richieste di protezione internazionale, che costituiscono addirittura il 19% delle richieste totali europee, ma questo numero di richieste, spalmato nel territorio Italiano costituirebbe circa due richieste ogni milione di abitanti.

E’ quindi giusto parlare di invasione?

Dai dati è pacifico apprendere che la percentuale di persone extracomunitarie che arrivano nel nostro paese possono costituire un problema, si, perchè il numero di sbarchi negli ultimi anni è molto più alto rispetto ai precedenti, ma può indurre preoccupazione solo nel momento in cui non si affianca al problema un metodo efficiente di soluzione, che parte dall’avere un adeguato numero e livello di infrastrutture adibite all’arrivo e all’accoglienza e arriva fino ad una migliore e assolutamente necessaria cooperazione a livello internazionale, non politicizzando troppo la questione, non alimentando tensioni e gestendo questo vero e proprio disagio comunemente.

Un altro dato (preoccupante o no, dipende da che punto di vista lo si guarda) invece non può essere colto da numeri, bensì da sensazioni, da quel che si sente e si vede ogni giorno: Anche se apparentemente il numero di migranti che sbarcano (che sia grazie a Salvini o Minniti non importa) è drasticamente sceso, la preoccupazione dei cittadini e la loro percezione del problema è sempre più alta.

La mia visione:

Il problema c’è e va risolto, ma non si sta ingrandendo e distogliendo l’attenzione da problemi incisivi per noi italiani tanto quanto quello degli sbarchi? Il debito pubblico sempre crescente, la condizione delle nostre industrie, una delle pressioni fiscali più alte a livello europeo o la violenza negli stadi sono questioni che, a mio avviso, hanno lo stesso livello di incidenza nella vita ordinaria di ogni cittadino, al pari della criminalità generata dall’immigrazione irregolare o mal gestita; il punto invece è quanto il nostro attuale governo sta affrontando le varie questioni: se si sensibilizzasse l’opinione pubblica riguardo a problemi come il debito pubblico e la tassazione (al posto di dire che sono tutti imbrogli e falsità volute dai banchieri) almeno quanto si stia facendo sui migranti si farebbero grossi passi avanti. Ma forse fa comodo così, fa comodo creare questo clima di odio verso chi, invece, non c’entra niente, perchè è più facile dire che il lavoro non c’è perchè ce lo ruba un immigrato o un meridionale rispetto a impegnarsi a ricreare un clima economico florido che garantisca occupazione.

Riguardo alla crisi migratoria in sé, quel che penso io è che si stia dando una soluzione miope al problema, e che proprio non lo si stia centrando. Fin dal governo Gentiloni, con Minniti al Viminale si confermò l’accordo bilaterale tra Italia e Libia (In realtà voluto da Roberto Maroni nel 2008) che prevede l’esborso di 5 miliardi di dollari da parte nostra per donare mezzi e istruire pattuglie a Tripoli per garantire partenze legali e sicure dalle coste Libiche.

Se i provvedimenti di Salvini si fermano alla sola Italia e ai suoi porti e le politiche di Minniti hanno un range d’azione leggermente più ampio ancora non ci siamo, è errato il punto di vista. Bisognerebbe pensare la questione come qualcosa da risolvere alla radice: se chiudo i miei porti non risolvo una crisi umanitaria enorme, se vado ad agire sul porto libico non risolvo il problema, posso solo limitarlo e posso far si che l’Italia ne accusi minormente le conseguenze.

Ora, si vuol pensare che risolvendo le cause economiche e politiche che spingono i migranti a partire, a scappare, si va ad agire alla base del problema? Non voglio peccare di semplicismo, so bene che non si possono far finire le guerre che stanno martoriando l’Africa con uno schiocco di dita, e quindi, vista l’ impossibilità, posso sperare che, ad un costante e maggiore impegno dell’Europa volto a risolvere queste problematiche si abbini pure un dibattito che porti ad un cambiamento della regolamentazione europea sulle accoglienze? Si può pensare che ammortizzando insieme (modificando le regole previste da Dublino) questo flusso che è si grande, ma assolutamente gestibile per 27 paesi, si possa arrivare ad un’efficace, pacifica e comune gestione del problema? L’unione fa la forza, e, purtroppo col tempo vedo che si sta tirando la corda nella direzione opposta. Ricordo una frase dei Pink Floyd: United we stand, divided we fall, uniti possiamo essere forti, ma divisi siamo deboli.

Fonti: Il Fatto Quotidiano, Il Post, Il Foglio, L’Espresso, Internazionale, Ministero dell’Interno.

10/01/2019


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